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Domenica, 18 Novembre 2018
L'ambiente come infrastruttura critica

L'ambiente come infrastruttura critica

OTTOBRE 2018

Partendo dalla definizione di Infrastruttura Critica come “infrastruttura […] che è essenziale per il mantenimento delle funzioni vitali della società, della salute, della sicurezza e del benessere economico e sociale della popolazione ed il cui danneggiamento o la cui distruzione avrebbe un impatto significativo […] a causa dell'impossibilità di mantenere tali funzioni”1risulta evidente come anche l’ambiente stesso che ci circonda e ci offre i mezzi di sostentamento primari quali acqua e cibo potrebbe venir considerato a tutti gli effetti una infrastruttura critica. Difatti una profonda alterazione degli equilibri ambientali non potrebbe che avere effetti catastrofici sul mantenimento di tutte quelle funzioni fondamentali per il benessere economico e sociale della popolazione. Si pensi solamente ad alcuni significativi eventi di alterazioni ambientali che hanno portato a gravi conseguenze per intere aree del pianeta quali per esempiola siccità in Russia e Kazakistan, accompagnata dalle inondazioni in Europa, Canada e Australia durante l’estate del 2010 che fu alla base dell’aumento dei prezzi del grano e derivati che hanno portato alla scintilla che ha scatenato le primavere arabe del 2011, i cambiamenti climatici che stanno colpendo il Sahel e sono alla base delle migrazioni di intere popolazioni verso l’Europa o anche, più vicino a noi geograficamente, la diffusione nel mar Nero negli anni ‘80 di una specie di invertebrati provenienti dalle coste americane e noti con il nome di Ctenofori che hanno portato gravi danni alla fauna ittica con pesanti ripercussioni economiche e che ora rischia di ripetersi nell’alto Adriatico portando gravi conseguenze per tutto il comparto della pesca nell'Adriatico. Pur se differenti e apparentemente scorrelati, questi fenomeni, come molti altri che quotidianamente si stanno verificando a livello mondiale, hanno la caratteristica di andare ad alterare il delicato equilibrio ambientale che sottende alla maggior parte della attività umane. Il fatto che il rischio ambientale sia indicato come uno di quelli caratterizzati dai maggiori livelli sia di impatto che di probabilità nel "Global Risk Report 2018" del World Economic Forum, con tutte le relative sottocategorie (ovvero eventi climatici estremi, disastri naturali, fallimento dei progetti di contrasto al cambiamento climatico, riduzione delle biodiversità e disastri ambientali provocati dall’uomo) posizionate sopra la media, sta favorendo la diffusione di modelli predittivi che ne studino l'evolversi nel tempo. Alla base di tali modelli vi sono metriche ed indicatori che consentono una valutazione dei fenomeni in atto da un punto di vista quantitativo, permettendo di dare contezza dell’evolversi temporale di determinati fenomeni a livello locale quali per esempio piovosità, temperatura, pescosità ecc… e di identificare le correlazioni tra i relativi trend ed eventi catastrofici, da un punto di vista ambientale, poi verificatisi. In tale contesto, l’analisi dell’effetto domino di come le diverse attività umane sono correlate a quelle impattate direttamente da ogni singolo evento ambientale preso in considerazione, potrebbe dare contezza di come gli effetti provocati da tale accadimento si propagano, permettendo di fare stime previsionali accurate, anche sulla base di fenomeni analoghi verificatisi in passato. Limitandoci solamente agli esempi riportati precedentemente, un tale approccio sarebbe stato di supporto per esempio nell’identificazione delle conseguenze delle siccità del 2010, permettendo di individuare la catena di conseguenze che sarebbero state scatenate da tale evento, compresi gli aumenti del prezzo del grano e derivati che furono tra le cause delle sollevazioni del 2011 in Medio Oriente e Nord Africa. L’analisi dell’effetto domino avrebbe facilitato l’identificazione delle conseguenze dei cambiamenti climatici nel Sahel che sono alla base delle recenti migrazioni verso l’Europa delle popolazioni residenti in tali zone; infine potrebbe permettere oggi una comprensione degli effetti che potrebbe avere la diffusione incontrollata di Ctenofori nell’alto Adriatico e quindi di prendere eventuali provvedimenti per tempo nel caso questo fosse ancora possibile. Angelo Socal

(Newletter AIIC n. 9 (2018))