Editoriale Marzo 2026 - AIIC (Associazione Italiana esperti in Infrastrutture critiche)
APRILE 2026
Il caso dello Stretto di Hormuz
In un’ipotetica classifica degli argomenti più discussi del mese, lo Stretto di Hormuz si collocherebbe certamente ai primi posti. L’area è tornata infatti al centro della scena internazionale in quanto nodo critico del sistema energetico globale: parliamo di un choke point attraverso cui transita stabilmente una quota compresa tra il 20% e il 25% del petrolio mondiale via mare, oltre a una parte significativa del GNL diretto verso Europa e Asia. E, soprattutto, non esistono rotte alternative in grado di assorbirne rapidamente i volumi. Quando la capacità di transito dello stretto viene compromessa, si attivano immediatamente effetti a catena: incremento dei premi assicurativi marittimi (war risk), riallocazione delle flotte, congestione nei porti alternativi, volatilità dei prezzi spot e pressione sulle riserve strategiche.
Negli ultimi anni, la letteratura sulle infrastrutture critiche ha insistito correttamente su concetti come resilienza, robustezza e capacità di recovery. Tuttavia, il caso dello Stretto di Hormuz evidenzia un limite di questo approccio quando viene applicato in modo isolato: la minaccia non è da intendersi soltanto disruption-driven (guasti, attacchi cyber, eventi naturali), ma sempre più spesso intention-driven, cioè legata a strategie di attori statuali o para-statuali.
Se traduciamo questo concetto nel linguaggio delle infrastrutture critiche europee, il parallelismo è immediato. Reti elettriche interconnesse, dorsali del gas, backbone digitali e cavi sottomarini, nodi logistici multimodali: tutti questi sistemi presentano caratteristiche analoghe ai choke points globali, ovvero alta centralità topologica, bassa sostituibilità e forte effetto di propagazione del rischio.
Dal punto di vista tecnico, si tratta di asset con: elevato grado di interdipendenza intersettoriale, bassa elasticità operativa nel breve termine, forte esposizione a effetti di cascading failure, asimmetria tra costo dell’attacco e impatto sistemico.
In questo contesto, la distinzione tradizionale tra sicurezza fisica, sicurezza informatica e sicurezza operativa diventa sempre meno significativa. Le minacce contemporanee operano simultaneamente su più livelli: interferenze nei sistemi di navigazione, attacchi a supply chain digitali, sabotaggi fisici mirati, pressione normativa o economica.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta quindi un modello di riferimento per comprendere come infrastrutture apparentemente “esterne” al perimetro nazionale possano avere un impatto diretto sulla sicurezza energetica e sulla continuità dei servizi essenziali.
Per l’Italia, fortemente dipendente da importazioni energetiche e inserita in reti infrastrutturali europee complesse, questo scenario impone alcune riflessioni operative.
La prima riguarda la valutazione del rischio: i modelli tradizionali, spesso basati su probabilità storiche e scenari lineari, faticano a incorporare variabili geopolitiche dinamiche. È necessario integrare strumenti di scenario analysis e stress testing che considerino esplicitamente l’indisponibilità di tali choke points globali.
La seconda riguarda la ridondanza e diversificazione: non solo in termini di fonti energetiche, ma anche di rotte, fornitori e modalità di trasporto. In questo caso, tuttavia, è fondamentale riconoscere che la ridondanza completa, in sistemi globalizzati, è economicamente e tecnicamente irrealistica.
La terza – forse la più critica – riguarda la governance. La gestione del rischio sistemico richiede coordinamento tra operatori di infrastrutture critiche (OES), autorità nazionali competenti e organismi sovranazionali. In ambito europeo, questo si traduce anche nell’attuazione concreta della Direttiva NIS2 e nel rafforzamento delle capacità di risposta congiunta.
Infine, emerge con forza il tema della consapevolezza strategica. Gli operatori infrastrutturali non possono più considerarsi soggetti puramente tecnici: gestiscono nodi che, in determinate condizioni, assumono rilevanza geopolitica. Questo implica l’integrazione di competenze di intelligence, analisi geopolitica e risk anticipation nei processi decisionali.
Per chi opera in questo settore, la sfida non è soltanto garantire la continuità operativa, ma comprendere e gestire il ruolo strategico delle infrastrutture all’interno di un contesto globale sempre più instabile e interdipendente.
Maria Beatrice Versaci