Skip to main content

Infodemia o datademia e i suoi rischi - AIIC (Associazione Italiana esperti in Infrastrutture critiche)

LUGLIO 2025

Fra i tanti rischi da cui ci si deve difendere come persone e come professionisti vi sono sicuramente le fake news che rappresentano fonti di informazioni non del tutto vere (misinformazione) o completamente false (disinformazione) usate per spostare le correnti di pensiero e di opinione a beneficio di pochi e contro la totalità di tutti gli altri. Questo tipo di informazioni si mischia alle informazioni legittime e comprovate e affolla social e siti ma anche i risultati dei motori di ricerca e danneggia o se preferite truffa a livello psicologico il lettore per i fini più disparati: sostenere o affossare orientamenti politici, manipolare scelte commerciali, incidere sulle elezioni, ma anche essere fonte di destabilizzazione e fomento di intere porzioni di popolazione favorendo l’insorgere di fenomeni di ordine pubblico, rivolte o nel peggiore dei casi anche incidenti fisici fino ad azioni estremiste di terrorismo. In particolare, durante la pandemia di COVID-19 è stato coniato un preciso neologismo per definire la “sovrabbondanza di informazioni” che rende difficile alle persone trovare fonti affidabili e indicazioni attendibili: infodemia o datademia. Il termine era legato alla sovrabbondanza di informazioni sulla pandemia di COVID-19 che causava confusione e comportamenti rischiosi o tali da danneggiare la salute (ad esempio sottostima del rischio di contagio fino a rinunce ai vaccini o) (fonte OMS). In pratica, nonostante la digitalizzazione abbia permesso ad un sempre maggior numero di persone di accedere alle informazioni digitali, “l’inquinamento” (per così dire) da troppa informazione e da misinformazione e disinformazione causa l’incapacità di distinguere tra informazioni legittime e manipolate, generando uno stress tale, da desiderare di allontanarsi dal problema, ovvero dalla “fatica” di saper distinguere.
Già un anno e mezzo fa abbiamo discusso come queste dinamiche possano essere usate come strumenti di guerra cognitiva (information warfare, cognitive warfare) e dominio psicologico, ma naturalmente un ulteriore rischio è la destabilizzazione stessa del sistema di libertà di stampa e di opinione, a causa della caratteristica delle fake news di creare un progressivo deterioramento della capacità di identificare i fatti veri e reali, dalla finzione o dalla manipolazione, generando un conseguente decadimento della resilienza mentale. Che in effetti, è il fine stesso della dinamica della propaganda e della disinformatia di stampo russo.
Alla lunga, i lettori soggetti ad infodemia e a fake news tendono alla perdita di fiducia nei media o peggio, il disinteresse verso l’esigenza di essere informati. Ma senza informazioni, si ottiene un popolo ignorante che è più facilmente influenzabile dal “sentito dire” di questo o quel portavoce (o influencer) che potrebbe tuttavia non essere affatto imparziale o peggio, volutamente manipolatore.
Il tema è stato recentemente trattato durante il convegno “Difendersi tra Fake News, Intercettazioni Digitali e dell’informazione: il ruolo dell’AI” organizzato dalla Armed Forces Electronic Association (AFCEA) capitolo di Roma, dalla Prof. Chiara Camerani psicologa e criminologa e docente che ha chiarito come l’infodemia e l’analfabetismo funzionale siano catalizzatori della disinformazione e come il complottismo rappresenti un rifugio di semplificazione per non doversi districare fra il vero e il falso. Ma è bene ricordare che la mentalità complottista e ‘un rischio (leggi anticamera) per le posizioni estremista e per gli influssi sociologici. Questo tipo di comunicazione infodemica fa un uso eccellente di “Etos patos logos” (i tre elementi chiave della retorica di Aristotele, utilizzati per persuadere un pubblico n.d.r.) come basi della comunicazione complottista. Si ricorda come l'ethos riguardi la credibilità dell'oratore, il pathos faccia appello alle emozioni del pubblico, mentre il logos si concentri sulla logica e la razionalità dell'argomento (Fonte M.Merlo).
A complicare le cose ci sono i social network, spesso erroneamente percepiti come fonte di informazione (quando invece nascono per divertimento e intrattenimento e non sono organi di stampa n.d.r.) in cui si amplificano la cosiddetta Filter Bubble, la bolla dentro la quale ciascuno di noi vive la propria vita digitale e all’interno della quale i contenuti sono talmente personalizzati da poter arrivare ad escludere voci contrarie, opinioni diverse e poter generare disinformazione secondo il principio per cui “io sono verità gli altri no”. Queste dinamiche generano vere e proprie camere di eco (Echo chambers) che è un’accezione metaforica per definire quelle situazioni in cui le informazioni, le idee o le convinzioni vengono amplificate o rafforzate dalla comunicazione e dalla ripetizione all'interno di un sistema definito (il social network nella propria rete di contatti). In una metaforica camera d'eco, le fonti ufficiali spesso non vengono più messe in discussione e le visioni diverse o concorrenti sono censurate, non consentite o altrimenti sottorappresentate. La denominazione trae origine dal fenomeno fisico dell'eco, dove i suoni riverberano in un recinto cavo. Il fenomeno è particolarmente evidente nel caso dei social media e dell'uso che ne fanno politici, istituzioni e altre organizzazioni con il fine di far circolare i propri messaggi a discapito degli altri, comprese le bufale di vario genere (Fonte ninja marketing).
La cura è costituita dall’alfabetizzazione mediatica ovvero dalla consapevolezza di come funzionano i mezzi di informazione, i social e i siti ma anche i motori di ricerca. La consapevolezza sull’infodemia è pure essenziale e curabile con la pratica della cultura critica e del pensiero scientifico che conducono ad una migliore resilienza mentale. E’ opportuno quindi, informarsi da fonti diversificate e pluraliste per alimentare l’analisi critica senza farsi sopraffare dall’ansia, legata alla sovrabbondanza e dalla velocità dell’informazione. Inoltre, è cruciale imparare a verificare la fonte delle informazioni in rete, controllare l’aggiornamento dei siti, comprendere i meccanismi di funzionamento di un motore di ricerca (della SEO che prioritizza contenuti sponsorizzati n.d.r.). Affidarsi sempre a conoscenze con basi scientifiche non a titoli eclatanti o a informazioni pubblicitarie (Fonte Osservatorionline).
In ambito sanitario l’esigenza di contrasto all’infodemia è tale, che è nata la Infodemic management, ovvero la gestione dell'infodemia (IM) come area di lavoro interdisciplinare che si basa su ambiti quali la scienza comportamentale, la scienza dei dati, l'epidemiologia, la scienza dei media e l'esperienza utente. Ogni parte di un sistema sanitario può essere interessata e interagire con un'infodemia, inclusa la risposta a voci basate su reali preoccupazioni della comunità. L'IM è quindi collaborativa, con connessioni ad altre parti del sistema sanitario e ad altri sistemi.
Per chi fa sicurezza informatica, la porzione di infodemia da combattere è quella applicata gli ambiti di privacy dell’individuo e alla sicurezza informatica di dati e assetti, per contrastare i criminali e i loro tentativi di manipolazione anche a mezzo ingegneria sociale.

Alessia Valentini

(Newletter AIIC n. 06 (2025))